CORPUS DOMINI 2022– C
Lc 9,11b–17


In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
12Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 13Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». 14C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». 15Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.


Anche se oggi il livello del progresso materiale è molto elevato e abbiamo a disposizione strumenti sofisticati che ci accompagnano nella nostra quotidianità, rimaniamo sempre esposti a precarietà, limitazioni e vicissitudini che la vita porta con sé, ma che spesso sono il risultato delle nostre libere scelte, appiattite sulla materialità e non in grado di soddisfare l’anelito alla pienezza di vita che alberga nel nostro cuore.

Il Regno di Dio, fonte di vita
Che ci sia bisogno di alzare lo sguardo da finalità meramente terrene, ce lo dice chiaramente il brano evangelico odierno. Gesù non si limitava a guarire dai mali del corpo, ma parlava alle folle del “regno di Dio”. Gesù voleva, cioè, aiutare gli uomini a lasciare spazio a quell’anelito a Dio che – anche quando non gli si vuol dare questo nome – è presente in ciascuno di noi. Ecco perché ogni parola di Gesù, ogni suo gesto e ogni suo miracolo avevano Dio Padre come fondamento e orizzonte.
Senza Dio e la luce della sua Parola; senza Gesù, Parola-fatta-carne nella quale incontriamo il cuore misericordioso del Padre; senza lo Spirito Santo che ci illumina, ci vivifica e ci santifica, la nostra esistenza annasperebbe alla ricerca di un senso duraturo. Qualsiasi cosa noi abbracciamo sulla terra lascerà un vuoto dentro di noi, se all’orizzonte di tutto non c’è Dio!

«Congeda la folla…»
Contrariamente ai suoi discepoli, che gli chiedono di congedare la folla che lo aveva seguito perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni a cercare cibo e ad alloggiare per la notte, Gesù mostra un cuore premuroso, accogliente e compassionevole. Anche se la proposta dei discepoli era motivata da una costatazione realistica – sarebbe stato, infatti, impossibile rifocillare cinquemila persone! – Gesù non può ammettere che a prevalere sia la logica del “ciascuno si arrangi”.
Egli è venuto perché aprendoci al Dio-Amore, aprissimo anche gli occhi e il cuore alle necessità altrui. È venuto perché imparassimo a servire, a solidarizzare, a condividere, a creare comunione. Per questo, capovolgendo il ragionamento dei suoi discepoli, ordina loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Li invita, cioè, a vivere e ad agire nell’ottica della condivisione, anche quando c’è poco da condividere («Non avevano che cinque pani e due pesci…»), poiché non è la quantità che conta, ma la sollecitudine e la gratuità con cui si interagisce con il fratello che è nel bisogno. È questo punto, infatti, che Gesù opera il miracolo della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci.

Eucaristia: moltiplicazione della vita e condivisione
Che il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci sia una chiara allusione all’Eucaristia, lo si intuisce dai termini che vengono utilizzati, gli stessi che Gesù impiegherà quando, durante l’Ultima cena con i suoi discepoli, istituirà l’Eucaristia: prendere, recitare la benedizione (rendere grazie), spezzare, dare.
Dopo aver preso nelle sue mani quei pani e quei pesci, Gesù ringrazia il Padre che, anche nel poco, dimostra di essere vicino all’uomo e di aver cura di lui. Poi spezza e dà. Il “dare” è il gesto che celebra la moltiplicazione della vita. È dando che la vita fiorisce e cresce.
E questo si ripete in ogni celebrazione eucaristica. Lì Gesù si dona a noi nel suo corpo e nel suo sangue, rende cioè accessibile a noi la sua persona, e ci invita ad entrare in comunione con Lui, con la sua storia, la sua testimonianza, il suo vangelo. Nello stesso tempo, ci chiama a fare anche della nostra vita un dono agli altri, diventando a nostra volta pane spezzato per loro, ossia sacramento di unità, di concordia, di amore e di condivisione per chi ci sta accanto e per quanti incontriamo sul nostro cammino.
Nell’Eucaristia Gesù non ci dà dunque solamente la sua Parola, il suo Vangelo, ma ci dà anche il suo corpo per farci comprendere che il nostro incontro e la nostra comunione con Lui non passano attraverso l’assunzione di concetti, ma attraverso la concretezza del dono di sé nella vita di tutti i giorni.
Il fatto, poi, che «tutti mangiarono a sazietà», ci dice che il Signore non lesina il dono di Sé. Egli si dona fino a renderci sazi! E vuole che la sua Chiesa continui a proclamare, con l’abbondanza dell’annuncio e della testimonianza, il regno di Dio, rivolgendosi a tutti e prendendosi cura di tutti.

Anche la processione che faremo al termine della S. Messa, e nella quale porteremo nell’ostensorio il sacramento del Corpo di Cristo, vuole indicare l’apertura al mondo, nella fattispecie a questo nostro territorio nel quale viviamo, lavoriamo, gioiamo e soffriamo, perché possiamo contribuire a trasformarlo con la nostra bella testimonianza cristiana facendo crescere in esso il Regno di Dio! E così sia.