SAN BENEDETTO
11 luglio 2021
Ab. Donato Ogliari

 

Prima lettura (Pr 2,1-9)

«1Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, 2tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, 3se appunto invocherai l’intelligenza e rivolgerai la tua voce alla prudenza, 4se la ricercherai come l’argento e per averla scaverai come per i tesori, 5allora comprenderai il timore del Signore e troverai la conoscenza di Dio, 6perché il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca escono scienza e prudenza. 7Egli riserva ai giusti il successo, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, 8vegliando sui sentieri della giustizia e proteggendo le vie dei suoi fedeli. 9Allora comprenderai l’equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene».
La prima lettura, tratta dal Libro dei Proverbi, compone in armonica sintesi termini che si riferiscono all’attività concettuale come sapienza, intelligenza, conoscenza e scienza, con termini che richiamano invece l’ambito etico-pratico: la prudenza, la rettitudine, la giustizia, l’equità. Col suo linguaggio semplice e diretto, l’Autore dei Proverbi ci esorta a cogliere il nesso profondo che esiste tra l’aspetto cognitivo-razionale e quello pratico-comportamentale, nesso che, se vissuto appunto in maniera armonica, evita il rischio che si produca una scissione tra il nostro pensare, il nostro dire e il nostro fare, con le inevitabili ripercussioni sul nostro modo di interagire con gli altri e con la realtà che ci circonda.
Il messaggio del Libro dei Proverbi ci raggiunge allora come una ventata di saggezza che ci induce a chiederci se ci sforziamo di vivere interiormente ed esteriormente unificati. Potremmo chiederci, ad esempio, se non siamo diventati anche noi succubi della tecnologia digitale, ormai così pervasiva della nostra quotidianità, a tal punto da oscurare l’importanza delle relazioni dirette, sincere, empatiche, solidali, a favore di un approccio virtuale che, in molti casi, è anche deresponsabilizzante.


Oppure, pensiamo ad un altro esempio di scissione o scollamento al quale oggi spesso assistiamo, quello tra il desiderio di verità e la sua contraffazione. Sono passati cinque anni da quando – nel 2016 – il termine “post-verità” venne indicato come “parola dell’anno”. Da allora questa espressione – post-verità – è entrata a pieno titolo nel nostro linguaggio, a significare le tante situazioni in cui la realtà viene sganciata dal suo dato obbiettivo e viene deliberatamente distorta, facendo leva sulle proprie emozioni e sui propri pregiudizi o sul mero gradimento soggettivo (mi piace, non mi piace). Da qui le fake news da cui siamo inondati, i discorsi improntati all’odio, alla divisione, alla contrapposizione gratuita, scelta come arma preventiva di scontro ad ogni costo, al di fuori di ogni logica razionale, dialogica ed etica.
Ecco allora – per ritornare alla pagina biblica dei Proverbi – l’importanza di improntare il nostro dire e il nostro fare alla coerenza tra il nostro pensare, il nostro parlare e il nostro dire. L’autore del Libro dei Proverbi ci viene in aiuto insistendo – tra le altre – sulla virtù della prudenza, che in questo breve brano è nominata ben tre volte.
La prudenza è quella virtù che, fondandosi sulla rettitudine interiore, dispone la ragione «a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo» (CCC, n. 1813). E proprio perché è la virtù della prudenza a guidare la nostra coscienza e a regolare il nostro agire secondo rettitudine, essa è stata definita «auriga virtutum – cocchiere delle virtù», in quanto è lei, in ultima analisi, a dirigerle «indicando loro regola e misura» (Ibid.). Senza la prudenza, insomma, sarebbe davvero difficile vivere con rettitudine, giustizia ed equità.

Seconda lettura (Ef 4,1-6)
«1Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, 2con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, 3avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. 4Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti».
Nella seconda lettura, i cristiani di Efeso sono esortati all’«unità dello spirito». Per raggiungere questa unità, l’autore della Lettera agli Efesini propone ai credenti l’assunzione di atteggiamenti che – lo si intuisce subito – fanno a pugni con la logica del mondo, spesso spietata, e dove prevalgono parole e azioni violente, che tendono a imporsi agli altri.


Forse a qualcuno verrà da sorridere, o licenzierà come roba da donnette, l’invito all’umiltà, alla dolcezza, alla magnanimità, alla sopportazione vicendevole nell’amore, alla ricerca di vincoli di pace. Eppure è proprio qui, nell’apparente debolezza presente in questi atteggiamenti, che risiede la forza del cristianesimo. Ce lo ha dimostrato Gesù che ci ha salvati non con l’imposizione violenta, ma con la croce, affrontata con umile amore.
Anche san Benedetto insiste sull’umiltà, sulla dolcezza e sulla magnanimità, là dove invita i suoi monaci a farsi portatori dello “zelo buono”, prevenendosi l’un l’altro nel rendersi onore, nel sopportare con massima pazienza le infermità fisiche e morali dei fratelli, e nell’obbedirsi a vicenda, ossia nell’andarsi incontro per aiutarsi vicendevolmente (cf. RB 71,1; 72,1-5 passim). Nell’ottica evangelica anche nelle situazioni di conflittualità il cristiano non deve mai far prevalere sentimenti violenti, che polarizzano, dividono e creano contrasti spesso insanabili. Al contrario, il cristiano si impegna a comporre i conflitti rispondendo al male con il bene e rispondendo all’odio con la dolcezza dell’amore. Missione difficile, ma nella quale risiede la via della nostra autentica realizzazione umana.

Vangelo (Lc 22,24-27)
«24E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. 25Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. 26Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. 27Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve».
Le parole che abbiamo ascoltato nella proclamazione del Vangelo sono quelle che Gesù ha rivolto ai suoi apostoli durante l’Ultima Cena. Da questo intuiamo quanto l’esistenza dei discepoli di Gesù – quelli di allora come quelli di oggi – sia intimamente legata all’Eucaristia. È da essa, infatti, che traiamo ispirazione, forza e luce per vivere e testimoniare la nostra fede cristiana. Più specificamente, da questa pagina evangelica ci è rivolta l’esortazione a fare nostra la logica del servizio.


Come abbiamo sentito, era nata una discussione tra i discepoli su chi di loro fosse da considerare più grande. Ci stupisce grandemente che questa preoccupazione sia sorta all’interno di un clima solenne come quello dell’istituzione dell’Eucaristia, nella quale Gesù, con l’azione dello spezzare il pane e del versare il vino, intendeva prefigurare la sua morte di croce, ossia la massima espressione del dono di sé, del dono della propria vita che aveva interamente posto a servizio degli uomini.
È, infatti, attraverso il servizio che Gesù qualifica il senso della sua venuta e della sua missione nel mondo: «Io sto in mezzo a voi – dice – come colui che serve». Quell’“io sto” – che nell’originale greco è un participio presente – indica un tempo continuativo, come se Gesù dicesse: «Come sono stato presente in mezzo a voi nel passato, e come lo sono ora, così lo sarò anche in futuro», cioè sempre. Si tratta di una presenza che è determinata e sostenuta dalla logica dell’amore che serve. E l’amore vero non viene mai meno, non va mai in pensione!
Su questa medesima lunghezza d’onda san Benedetto, nella sua Regola, esorta i suoi monaci a servirsi reciprocamente nella carità (cf. RB 35 passim), ossia attraverso il dono di sé dettato dall’amore sincero, limpido e gioioso perché gratuito. Solo in questo modo ci è possibile “servire gli altri” senza cadere nella tentazione di “servirci degli altri”.
Nel difficile tornante nel quale ci troviamo a vivere, e che è stato reso più critico dall’ondata pandemica che ha investito il mondo intero, come cristiani siamo chiamati a riscoprire la logica del servizio, un servizio che passa attraverso la solidarietà fraterna. Questa è l’unica via che può guarirci da un malsano individualismo e aprirci a riconoscere – oltre alle nostre – le fragilità e i bisogni, materiali, morali e spirituali, di chi ci sta intorno, da quelli che ci sono più prossimi fino a quelli che giungono sulle coste della nostra Europa in cerca di una vita che sia degna di questo nome.
Come ci ha ricordato papa Francesco nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti,
«servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo”. In questo impegno ognuno è capace di “mettere da parte le sue esigenze, aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone”» (FT, n. 115).
Se questo richiamo fortissimo è destinato in primo luogo a chi riveste un ruolo di autorità ed esercita, in un modo o nell’altro, un’azione di governo a livello locale, nazionale o internazionale, esso è nello stesso tempo diretto ad ogni cristiano che intenda vivere seriamente e generosamente il Vangelo di Gesù.

Ci sostenga l’intercessione di san Benedetto, maestro di umanità e testimone autentico del Vangelo. A lui affidiamo i nostri passi e la costruzione di un’Europa sempre più pacifica, giusta e solidale. E così sia.

Servizio fotografico di Roberto Mastronardi

Montecassino e Dante
11 settembre - 31 dicembre 2021

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